Il giardino
Fa parte del complesso di Sant’Angelo un giardino di circa 1000 mq, reso fruibile grazie ai lavori di ripristino e valorizzazione dell’area effettuati nel 2025. In questo ampio spazio verde, pensato come luogo didattico ma anche di relax e contemplazione, trovano spazio le specie arboree autoctone; all’ingresso si è accolti da due grandi cedri monumentali.
Le piante messe a dimora all’interno del giardino sono quelle legate alla tradizione contadina locale ed utili alla fauna (uccelli frugivori e insetti impollinatori). L’olivo, qui presente in tre varietà, è uno dei simboli del paesaggio cortonese. Acero, gelso e olmo, che ancora oggi troviamo spesso a delimitare le particelle, un tempo venivano “maritati” con la vite e costellavano gli appezzamenti; il gelso, anche in quest’angolo di Toscana, veniva usato per l’allevamento dei bachi da seta. Il sambuco, dal canto suo, ha una profonda storia di usi data la sua versatilità: fiori e frutti (molto importanti per gli uccelli) per infusi, marmellate, succhi; il legno per attrezzi agricoli; i rami per cerbottane e fischietti. La pianta, in generale, era molto utilizzata per le sue capacità tintorie. Anche il corniolo sanguinello godeva di ampio utilizzo per attrezzi e cesteria. È inoltre una pianta officinale e con i suoi frutti, che tra l’altro attraggono molto gli uccelli, si producono marmellate e succhi. Infine il leccio, quercia sempreverde, pianta caratterizzata da un fortissimo significato sacro e simbolico.
Approfondimenti
Erbario Moneti: L’arte ad imitazione della natura
Ars naturam fingens è il titolo latino dell’erbario di Mattia Moneti. I tre manoscritti, eseguiti rispettivamente nel 1732, nel 1738 e nel 1755, non contengono infatti erbe essiccate, ma 338 figure a tempera che riproducono fedelmente 313 specie, ordinate e nominate secondo il metodo di Tournefort. L’immagine in genere occupa tutto il foglio, e sebbene il disegno possa apparire rigido, non è privo di piacevolezza e soprattutto mostra dettagli che rivelano l’occhio dell’allenato botanofilo Moneti.
Non di rado alle piante spontanee si accompagnano note relative ai luoghi del territorio cortonese in cui erano diffuse.


La Società Botanica di Cortona
Sebbene in età avanzata, ma nondimeno a titolo di riconoscenza, Mattia Moneti fu il primo direttore della Società botanica di Cortona, che era nata in seno all’Accademia etrusca di Cortona. La celebre Accademia, fondata nel 1727, non si limitava allo studio e alle raccolte di antichità, poiché oltre a possedere nel proprio museo una collezione naturalistica, coltivava specie per il tramite di Filippo Venuti, che fu uno dei suoi principali esponenti, lo studio della botanica. Così nel 1754 fu istituita la Società botanica cortonese, con lo scopo di studiare le piante, la storia naturale e in parte anche l’agricoltura, per unire l’utile al dilettevole.
Si dotò di uno Statuto e di un giardino botanico, situato fuori le mura cittadine nei pressi dell’attuale Porta Bifora e Filippo Venuti ne fu il primo presidente.
L’Accademia botanica non ebbe tuttavia lunga vita: venti anni dopo la sua istituzione non aveva ancora pubblicato alcun contributo e non c’era più traccia di qualche sua attività.
I soci dell’Accademia botanica cortonese. Secondo l’uso delle accademie, anche la Società botanica di Cortona conferiva a ogni nuovo associato una patente, ossia il diploma che ne confermava l’ammissione, e presso la biblioteca dell’Accademia etrusca si conserva ancora la patente di Jean Baptiste Roynel, definito “collettore di erbe e piante diligentissimo”, che porta la data del 14 novembre del 1757 e reca sia il motto dell’Accademia “Flores mei fructus honoris et honestatis” che il sigillo della società, rappresentato da una Palma.
Le specie del giardino
Seleziona la specie
Acero campestre
Agapanto
Calafate
Callistemone
Cedro dell'atlante
Ciliegio
Corniolo
Gelso
Ginepro comune
Leccio
Olivo frantoio
Olivo leccino
Olivo locale
Olivo moraiolo
Olivo pendolino
Olmo
Pianta del tè
Pizzutello nero
Sambuco
Le specie del giardino
Seleziona la specie
Acero campestre
Agapanto
Calafate
Callistemone
Cedro dell'atlanrte
Ciliegio
Corniolo
Gelso
Ginepro comune
Leccio
Olivo Frantoio
Olivo leccino
Olivo locale
Olivo moraiolo
Olivo pendolino
Olmo
Pianta del tè
Pizzutello nero
Sambuco
Acero campestre
Acer campestre
Portamento: albero di medie dimensioni, raggiunge di norma i 15 m di altezza; compatta e tondeggiante, la chioma arriva a 6-8 m di diametro.
Foglie: piuttosto piccole, misurano 8-10 cm e sono caduche: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove. Di forma palmata, sono formate da tre o cinque lobi. Di colore verde brillante, in autunno divengono dorate assumendo un aspetto molto decorativo.
Fioritura: i fiori formano infiorescenze (raggruppamenti di più fiori disposti in modo tale da sembrare un unico fiore) allungate ed erette. Giallo-verdastri, si sviluppano in aprile-maggio. Sono unisessuali ed ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Ricchi di nettare, costituiscono un irresistibile richiamo per api e altri insetti impollinatori.
Frutti: si sviluppano in particolari strutture dette “samare” (frutti secchi, compressi e appiattiti contenenti un solo seme); simili a piccole eliche, sono lunghe 5-6 cm. Grazie alle loro ali allungate, vengono disperse dal vento favorendo la propagazione della pianta.
Utilizzo storico: ideale per realizzare siepi. Foglie e germogli erano utilizzati come foraggio per gli animali domestici. Molto interessante è la tecnica colturale delle viti maritate, che vanta una storia di circa 3000 anni: l’acero campestre era molto usato come tutore vivo della vite, formando le tradizionali viti a chiocciola o a filare. Diffusa sui territori abitati un tempo da Etruschi e Celti, tale associazione è spesso denominata “vite etrusca”, o “vite etrusco-celtica”. Iniziata probabilmente in Liguria, tale tecnica era diffusa soprattutto in Liguria, Toscana, Umbria, Emilia, Veneto e parte della Campania.
Curiosità: in passato, in molte località europee era uso comune collocare le fronde di acero su porte e finestre per allontanare i pipistrelli, ritenuti ingiustamente portatori di sfortuna e malasorte. Nella mitologia classica l’acero veniva associato a Fobos, il dio personificazione della paura che accompagnava amorevolmente in battaglia suo padre Ares, dio della guerra. L’acero campestre è considerato simbolo di amicizia, lealtà e generosità, specialmente negli ambienti rurali.
Agapanto
Agapanthus sp.
Origine: Africa, soprattutto Sudafrica.
Portamento: eretto e slanciato, è caratterizzato da un tipico aspetto cespuglioso; raggiunge di solito un’altezza compresa tra i 60 cm e 1m.
Foglie: lunghe, a forma di nastro, affusolate e appuntite; misurano da 40 a 80 cm, hanno una consistenza cerosa e al tatto sono dure, resistenti e lisce.
Fioritura: inconfondibili per la forma a trombetta, i fiori assumono diversi colori: bianchi, viola, azzurri o blu (nelle varietà presenti in aiuola, Agapanthus africanus var. “blue flare” e Agapanthus africanus var. albus, osserviamo il blu e il bianco). Non particolarmente profumati, emanano una delicata fragranza molto apprezzata da api, farfalle e altri insetti impollinatori.
Frutti: il frutto è una capsula che matura dopo che i fiori sono appassiti; al suo interno contiene i semi, impiegati per la semina e la riproduzione della pianta.
Utilizzo storico: l’utilizzo storico dell’agapanto è incentrato in prevalenza sulle sue proprietà medicinali e i riti tribali delle popolazioni indigene del Sudafrica. Molto interessante il rituale legato alla fertilità: presso le tribù Xhosa (gruppo etnico sudafricano di origine Bantu) era uso comune utilizzare la radice di agapanto come una collana per avvolgere il collo delle donne in gravidanza al fine di favorirne fertilità e gestazione, tenendo lontani i rischi di eventuali complicazioni. Sempre in Sudafrica, gli Zulu consideravano la pianta un toccasana contro paralisi e patologie cardiache. Oltre alla medicina tradizionale, l’agapanto era ampiamente utilizzato dalle popolazioni indigene per vari tipi di riti magici.
Curiosità: il suo nome comune, “agapanto”, significa etimologicamente “fiore dell’amore”: deriva infatti dai termini greci “agape” (amore) e “anthos” (fiore). Nella tradizione popolare di alcune culture questa pianta viene associata a longevità, forza e determinazione. Nei primi due o tre anni di vita, talvolta non fiorisce per concentrare tutte le energie nello sviluppo delle radici. Degno di nota il suo influsso nel mondo dell’arte. L’agapanto ha infatti ispirato artisti famosi: ricordiamo tra tutti Monet, che lo dipinse nel suo quadro “Agapanthus”, esposto al MoMA di New York.
Le aromatiche in aiuola: maggiorana e rosmarino
La maggiorana (Origanum majorana) è un’erbacea aromatica perenne. Alta 30-60 cm, presenta spesso un portamento cespuglioso. Originaria del Nord-Africa e dell’Asia Centrale, è oggi molto diffusa nel Bacino del Mediterraneo. In Italia cresce ovunque, preferendo terreni incolti e bordi delle strade. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee (o Labiate), che include specie aromatiche come salvia, timo, menta e rosmarino. Verdi chiare su entrambe le pagine, le foglie sono ovali, vellutate e a forma di lancia; sono lunghe 1-2 cm e larghe fino a 1 cm. Il delicato aroma le rende perfette per insaporire carni, pesce, verdure, arrosti, salse e condimenti senza coprirne il sapore. Bianco-rosati, i fiori formano delle spighe peduncolate. Si schiudono in giugno-settembre e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Piccoli e delicati, attraggono numerosi insetti impollinatori. Utilizzata in fitoterapia, la maggiorana ha molte proprietà digestive, antispasmodiche, antinfiammatorie, antibatteriche e calmanti; gli infusi sono molto indicati per problemi gastrointestinali.
Il rosmarino prostrato (Salvia rosmarinus ‘Prostratus’) qui presente è una varietà di rosmarino con portamento strisciante o tappezzante. A differenza della forma eretta, questa varietà rimane bassa, estendendosi sul terreno o ricadendo da muretti. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee e, come il rosmarino comune, è tipico del Bacino Mediterraneo, prediligendo ambienti soleggiati e ben drenati, spesso in prossimità di scogliere o pendii rocciosi. Le foglie, strette e aghiformi (2-3 cm), sono verde scuro sulla pagina superiore e bianco-argentate su quella inferiore. Riuniti in spighe di colore azzurro chiaro o lilla, i fiori compaiono dalla primavera a tarda estate e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Questi piccoli fiori attraggono numerosi insetti impollinatori. Il rosmarino prostrato conserva le stesse proprietà benefiche della specie eretta: è antisettico, sedativo, diuretico, corroborante e tonico, ed è utilizzato come rimedio naturale per asma, astenia, colesterolo, disturbi della memoria, ecc.
Calafate
Berberis microphylla
Origine: Sud America, soprattutto Patagonia e Terra del Fuoco (Argentina e Cile meridionale).
Portamento: arbusto sempreverde e spinoso, è molto ramificato e ha un aspetto cespuglioso. Di dimensioni modeste, è alto generalmente fino a 1 m, raggiungendo talora i 2-3 m.
Foglie: piccole e lanceolate: hanno contorno a forma di lancia ed estremità appuntite. Sono caratterizzate da punte spinose di colore verde scuro.
Fioritura: piccoli e giallo-arancio, i fiori sono di norma ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Molto decorativi, si sviluppano tra aprile e maggio. Non particolarmente profumati, il loro aroma attira tuttavia numerosi insetti impollinatori.
Frutti: i frutti sono bacche: frutti carnosi in cui tutti gli strati hanno consistenza morbida e acquosa. Di forma sferica, sono simili ai mirtilli e il colore varia dal blu scuro al porpora; misurano 1-2 cm, sono commestibili e maturano a settembre-ottobre.
Utilizzo storico: numerosi sono gli utilizzi storici di questa pianta, legati soprattutto al folclore e alle tradizioni popolari della Patagonia e della Terra del Fuoco. Le bacche sono da sempre consumate come frutti per il loro gradevole sapore; sono inoltre utilizzate come ingredienti per preparare marmellate, sciroppi, dolci e liquori. In ambito medicinale le bacche sono largamente impiegate nei disturbi digestivi; molto apprezzate come disinfettanti per affezioni cutanee come eczemi e dermatosi. Un tempo erano ampiamente usate per la loro azione sedativa e antisettica delle vie urinarie. Le popolazioni locali della Patagonia lo hanno impiegato per secoli in numerosi trattamenti terapeutici: diabete, riduzione del colesterolo, infiammazioni, febbri e problemi del tratto gastrointestinale.
Curiosità: le popolazioni indigene erano solite utilizzarne la corteccia sia come colorante che per i suoi effetti allucinogeni. Le lunghe spine sui rami e le foglie lucide e resistenti fanno del calafate la pianta ideale per la realizzazione di siepi inaccessibili. Secondo una nota leggenda popolare della Patagonia, chi mangia i frutti del calafate non potrà più separarsi da quella terra e sarà destinato a farvi sempre ritorno; gustare i frutti di questa pianta eserciterebbe sull’individuo una sorta di “imprinting” al punto che, dopo aver assaggiato il frutto, il viaggiatore finirà per innamorarsi perdutamente della regione e sarà destinato a tornarci, divenendo “schiavo” del suo potentissimo e irresistibile amore. Insomma, una sorta di “incantesimo” che trasforma il viandante in uno… “schiavo senza catene”…
Le aromatiche in aiuola: timo e rosmarino
Il timo è qui presente in diverse specie e varietà: il timo comune, il timo limone e il timo limone variegato. Il timo comune (Thymus vulgaris) ha foglie piccole e allungate, grigio-verdi e ricoperte da una fitta peluria. Biancastri, rosei o lilla, i fiori sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Il timo limone (Thymus citriodorus): come suggerisce il nome, ha un distinto profumo di limone. Il timo limone variegato (Thymus citriodorus variegatus): simile al citriodorus, ma con foglie variegate, spesso con bordi chiari. In genere le foglie del timo sono gradite in cucina per il loro tipico aroma e sono utilizzate per insaporire carni, pesce, legumi, minestre e verdure. A causa del gustoso nettare, i suoi fiori sono un irresistibile richiamo per api, bombi, farfalle e altri insetti impollinatori. In passato il timo era usato nell’ornamento pittorico delle tombe. Nei residui dei fuochi dell’età della Pietra sono state trovate numerose tracce di questa essenza: probabilmente veniva bruciata per gustarne il profumo e come repellente per gli insetti.
Il rosmarino prostrato (Salvia rosmarinus ‘Prostratus’) qui presente è una varietà di rosmarino con portamento strisciante o tappezzante. A differenza della forma eretta, questa varietà rimane bassa, estendendosi sul terreno o ricadendo da muretti. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee e, come il rosmarino comune, è tipico del Bacino Mediterraneo, prediligendo ambienti soleggiati e ben drenati, spesso in prossimità di scogliere o pendii rocciosi. Le foglie, strette e aghiformi (2-3 cm), sono verde scuro sulla pagina superiore e bianco-argentate su quella inferiore. Riuniti in spighe di colore azzurro chiaro o lilla, i fiori compaiono dalla primavera a tarda estate e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Questi piccoli fiori attraggono numerosi insetti impollinatori. Il rosmarino prostrato conserva le stesse proprietà benefiche della varietà eretta: è antisettico, sedativo, diuretico, corroborante e tonico, ed è utilizzato come rimedio naturale per asma, astenia, colesterolo, disturbi della memoria, ecc.
Callistemone
Callistemon citrinus (Callistemon lanceolatus, oggi in disuso)
Origine: Australia
Portamento: arbusto sempreverde, in piena terra è alto 2-3 m, raggiungendo talora i 4 m. Densa e arrotondata, la chioma si può espandere fino a 2-3 m. I rami sono ricadenti.
Foglie: lanceolate (hanno contorno a forma di lancia ed estremità appuntite). Al tatto sono vellutate a causa di una leggera peluria su entrambe le facce. Di colore vivace verde intenso, se strofinate emanano un leggero aroma di limone: da questa particolarità deriva il nome scientifico della specie, “citrinus”.
Fioritura: cilindrici e soffici, i fiori sono lunghi circa 18 cm; inconfondibili per la tipica forma a scovolino, sono generalmente di colore rosso scarlatto, rosa, arancio o giallo. Sbocciano da maggio a luglio.
Frutti: capsule legnose a forma di coppa, al loro interno contengono semi. Dotate di un tappo sulla parte superiore, non si aprono spontaneamente: l’apertura avviene solo quando il rametto si secca o viene staccato.
Utilizzo storico: storicamente le foglie sono state utilizzate dagli aborigeni australiani per la preparazione di un particolare tè medicinale. Le foglie contengono oli essenziali aromatici utilizzabili per preparare dei profumi. A causa dei suoi splendidi fiori decorativi, l’utilizzo del callistemone è oggi incentrato perlopiù nella funzione ornamentale dei giardini. Tuttavia, nel 1977 un biologo scoprì che le sue radici sintetizzano un composto naturale con proprietà erbicide. La formula di tale sostanza è stata successivamente usata per produrre erbicidi chimici di sintesi. I biologi si accorsero che, sotto le piante di callistemone, le erbe infestanti erano molto scarse: decisero allora di indagare e approfondire il fenomeno. E fu così che svelarono l’arcano: la pianta produce una sostanza naturale, il Leptospermone, che interferisce con lo sviluppo di altre piante. La sintesi di sostanze analoghe portò quindi alla scoperta del Mesotrione, un erbicida specifico per il mais.
Curiosità: originario dell’Australia, è arrivato in Europa nel 1771; la sua introduzione avvenne ad opera di Joseph Banks, il naturalista inglese che accompagnò James Cook nel suo primo viaggio alla scoperta dell’Oceania. I suoi caratteristici fiori scarlatti a forma di scovolino costituiscono un irresistibile richiamo per api, farfalle e altri insetti impollinatori: il callistemone offre perciò un prezioso contributo per l’incremento della biodiversità. Il termine “Callistemon” deriva dal greco e significa “bello stame”; è infatti composto da due termini greci (kalòs, “bello” e stémon “stame”). Il termine “citrinus” allude invece all’aroma delle foglie: se stropicciate, emanano un profumo simile a quello del limone. Il nome comune italiano ha vari sinonimi: a causa dei suoi caratteristici fiori viene anche detto “Pianta scovolino”, “Spazzolino rosso” e “Spazzacamino rosso”.
Le aromatiche in aiuola: menta e rosmarino
La menta piperita (Mentha piperita) è una pianta erbacea perenne, ibrido naturale tra la Mentha aquatica e la Mentha spicata. Alta dai 40 agli 80 cm, presenta un portamento eretto e cespuglioso. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee (o Labiate), che include specie aromatiche come salvia, timo e rosmarino. Originaria dell’Europa, è oggi ampiamente coltivata in tutto il mondo per le sue proprietà e il suo aroma. In Italia è diffusa in diverse regioni, dal livello del mare fino a circa 1000 m. Di colore verde scuro, le foglie sono ovali-lanceolate (a forma di lancia), con margini seghettati e ricoperte da una leggera peluria. I fiori, piccoli e di colore variabile dal bianco al rosa-violaceo, sono riuniti in una spiga terminale. Sbocciano in genere tra giugno e settembre e sono ermafroditi (possiedono sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili). Sono molto apprezzati da api e altri insetti impollinatori. Il suo aroma è intenso, fresco e pungente, dovuto all’alto contenuto di mentolo. Molto versatile, è ampiamente utilizzata per arricchire tisane, bevande, cocktail e dolci; è perfetta anche in cucina per aromatizzare piatti salati, salse e insalate. Possiede numerose proprietà terapeutiche: è digestiva, antispasmodica, carminativa, antisettica e analgesica, ed è spesso impiegata per alleviare sintomi di raffreddore e mal di testa. Inoltre, è un ottimo antisettico del cavo orale.
Il rosmarino prostrato (Salvia rosmarinus ‘Prostratus’) qui presente è una varietà di rosmarino con portamento strisciante o tappezzante. A differenza della forma eretta, questa varietà rimane bassa, estendendosi sul terreno o ricadendo da muretti. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee e, come il rosmarino comune, è tipico del Bacino Mediterraneo, prediligendo ambienti soleggiati e ben drenati, spesso in prossimità di scogliere o pendii rocciosi. Le foglie, strette e aghiformi (2-3 cm), sono verde scuro sulla pagina superiore e bianco-argentate su quella inferiore. Riuniti in spighe di colore azzurro chiaro o lilla, i fiori compaiono dalla primavera a tarda estate e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Questi piccoli fiori attraggono numerosi insetti impollinatori. Il rosmarino prostrato conserva le stesse proprietà benefiche della varietà eretta: è antisettico, sedativo, diuretico, corroborante e tonico, ed è utilizzato come rimedio naturale per asma, astenia, colesterolo, disturbi della memoria, ecc.
Cedro dell’Atlante
Cedrus atlantica
Portamento: è una Conifera arborea. Di dimensioni imponenti, può raggiungere i 45 m di altezza e circa 1,5 m di diametro del tronco. Da giovane ha un portamento a piramide; in età matura si espande orizzontalmente.
Foglie: è un sempreverde. A forma di ago e lunghe circa 2 cm, le foglie permangono sulla pianta per tre anni. Grigio-blu argentate, si differenziano in base all’età.
Fioritura: come tutte le Conifere, non possiede veri e propri fiori, ma strutture sessuali dette “sporangi”. Specie monoica: ciascuna pianta porta contemporaneamente (micro)sporangi maschili che producono il polline e (macro)sporangi femminili che invece contengono l’ovulo.
Frutti: i frutti sono strobili (strutture riproduttive delle Conifere, comunemente dette “pigne” o “coni”); dopo la fecondazione gli sporangi femminili generano strobili maturi di consistenza legnosa, le pigne, che dopo tre anni si disgregano e liberano i semi alati diffondendo la specie.
Utilizzo storico: originario della Catena Montuosa dell’Atlante (Nord Africa), vanta un passato estremamente ricco in numerosi utilizzi, sia in Nord Africa che nel resto del Mediterraneo. Ricordiamo l’imbalsamazione, la costruzione di navi, la realizzazione di ornamenti, usi medicinali, cosmetica, erboristeria e spiritualità. Oltre che come toccasana per la salute e la giovinezza, gli antichi Egizi lo utilizzavano nella preparazione dei defunti, impiegandone la resina e l’olio essenziale per prevenire la putrefazione delle spoglie.
Curiosità: sin dall’antichità, notevole è la sua importanza nella simbologia. Nella Bibbia e nella tradizione cristiana è ampiamente raffigurato come simbolo di forza, saggezza e integrità; fu impiegato per edificare il Tempio di Gerusalemme e altre opere di grande rilievo. Introdotto in Italia nel XIX secolo, si è ampiamente diffuso come pianta ornamentale all’interno di parchi e giardini: grazie all’“abito” sempreverde e al portamento imponente, fa sempre la parte del leone. Molto longevo: può superare facilmente i 500 anni.
Ciliegio
Prunus avium
Portamento: specie arborea, è caratterizzato da chioma piramidale e rami eretti. Alto mediamente 10 m, può raggiungere talora i 20 m.
Foglie: di forma ovale e appuntita, hanno margine seghettato e sono caduche: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove. La pagina superiore è verde; quella inferiore è più chiara e pubescente.
Fioritura: gli splendidi fiori fanno del ciliegio uno degli alberi più belli del nostro paesaggio collinare. Bianchi o rosa, sono profumatissimi ed ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo). Di forma sferica e solitamente rosso-scure, possono assumere vari colori, gusti e forme in base alle diverse varietà; maturano da metà maggio a metà luglio.
Utilizzo storico: il ciliegio vanta un passato estremamente ricco per quanto riguarda numerosi utilizzi, che spaziano in molti ambiti: alimentazione, medicina, lavorazione artigianale del legno e simbologia. Le prime testimonianze di consumo di ciliegie sembrano risalire a 5000 anni fa e sono state individuate in Asia Minore. Il ciliegio selvatico è l’antenato delle numerose varietà coltivate oggi; attualmente è molto impiegato per i rimboschimenti.
Curiosità: il suo nome scientifico (Prunus avium) significa “Pruno degli uccelli”: i frutti sono molto apprezzati dagli uccelli che, dopo il pasto, li espellono con i loro escrementi propagando la pianta. Nella mitologia greca il ciliegio era sacro ad Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore. In passato piantare un ciliegio era auspicio di fortuna e felicità; le dichiarazioni d’amore fatte sotto un ciliegio in fiore erano considerate destinate a durare in eterno.
Corniolo sanguinello
Cornus sanguinea
Portamento: specie arbustiva e diffusa ovunque, raggiunge un’altezza compresa tra i 2 e i 5 m.
Foglie: di forma ovale, hanno venature fortemente incurvate verso l’apice appuntito. In autunno assumono invece tonalità violacee.
Fioritura: bianco-verdastri, i fiori maturano in tarda primavera. Sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Sgradevole al nostro olfatto, il loro odore è molto attraente per numerosi insetti.
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); nero-azzurrognole, amare e molto appetite da merli, tordi e storni, che propagano la pianta diffondendone i semi.
Utilizzo storico: il corniolo sanguinello vanta un ricco passato per quanto concerne vari utilizzi. Il legno veniva utilizzato per costruire oggetti e strumenti destinati a durare nel tempo: manici, raggi di ruote, ingranaggi per mulini, ecc. I rami venivano usati per realizzare cesti e scope. Nella medicina medievale corteccia e foglie erano frequentemente impiegate per curare la gotta. Nel XVII secolo gli “stregoni” usavano corteccia, semi e midollo per preparare pozioni magiche.
Curiosità: è fondamentale per il ciclo biologico di alcune farfalle. Tra queste, ricordiamo la tecla del rovo (Callophrys rubi) e il licenide del rovo (Celastrina argiolus): i bruchi lo utilizzano come pianta nutrice, alimentandosi delle sue foglie fino alla metamorfosi. Il nome comune è dovuto a una sua curiosa particolarità: se esposti al sole, i suoi rami diventano rossastri, cosa che non accade quando crescono invece all’ombra del bosco.
Gelso bianco
Morus alba
Portamento: albero caducifoglio (le foglie cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove). Di media grandezza (fino a 10-15 m), ha chioma ampia e tondeggiante.
Foglie: ampie e a forma di cuore, sono lobate nel gelso bianco; ruvide e spesse quelle del gelso nero. Sono caduche: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove.
Fioritura: fiorisce in primavera generando fiori piccoli e poco appariscenti; può essere monoico (termine utilizzato per designare quelle piante in cui i fiori maschili e femminili sono presenti nello stesso individuo) o dioico (termine usato per indicare le piante in cui fiori maschili e femminili sono portati da individui distinti).
Frutti: simile alla mora, il frutto è un’infruttescenza (l’insieme dei frutti riuniti in un’unica unità e derivanti dagli ovari di una sola infiorescenza).
Utilizzo storico: originario della Cina e dell’India, si è poi diffuso e naturalizzato in numerosi paesi del pianeta, tra cui Stati Uniti, Messico, Argentina, Iran, Iraq e Turchia. Fu importato in Toscana nel medioevo per l’allevamento del baco da seta: le sue foglie costituiscono infatti l’alimento principale per i bruchi del bombice del gelso (Bombyx mori).
Curiosità: il gelso è una pianta profondamente legata alla cultura rurale e alla bachicoltura storica, spesso presente nei filari e lungo le strade poderali, soprattutto in Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna. In assenza del gelso, la bachicoltura è impossibile da praticare: i bachi da seta si nutrono esclusivamente delle sue foglie. Nell’Ottocento la bachicoltura era fondamentale in molte regioni italiane: perdurò fino agli anni ’50 del secolo scorso, quando fu messa in crisi dall’introduzione di fibre sintetiche.
Ginepro comune
Juniperus communis
Portamento: si presenta come un grande arbusto o un piccolo alberello. Di dimensioni medio-piccole, è una Conifera. Molto longevo, raggiunge solitamente un’altezza di 8-10 m.
Foglie: è un sempreverde. A forma di ago e lunghe 1-2 cm, le foglie sono aghetti lineari e pungenti; di colore verde chiaro in età giovanile, in età matura divengono verde scuro, quasi bluastro.
Fioritura: come tutte le Conifere, non possiede veri e propri fiori, ma strutture sessuali dette “sporangi”. Specie monoica: ciascuna pianta porta contemporaneamente (micro)sporangi maschili che producono il polline e (macro)sporangi femminili che invece contengono l’ovulo.
Frutti: i frutti sono strobili (strutture riproduttive delle Conifere) che nel ginepro non assumono la classica forma di cono delle Conifere, ma sono delle sfere carnose chiamate “galbuli”, o “coccole”, contententi tre semi e che sono di colore verdastro nel primo anno, ma che poi virano verso un nero-bluastro a maturità.
Utilizzo storico: il ginepro vanta un passato molto ricco per i suoi molteplici utilizzi, che spaziano in numerosi ambiti (medicina, cucina, magia, prassi protettive, ecc.). La prima traccia di utilizzo del ginepro risale alla Preistoria, come attestano vari ritrovamenti di carboncini derivanti dalla combustione della pianta. La prima testimonianza di uso del ginepro finalizzato alle sue proprietà risale tuttavia all’epoca dei faraoni: insieme a menta, iris fiorentino, cardamomo, cassia e cannella, la spezia era impiegata per creare l’antico incenso egiziano. I galbuli erano un tempo impiegati per curare reumatismi e infezioni delle vie urinarie. Tra gli Antichi Egizi era inoltre consuetudine l’uso di bacche (incluse le coccole di ginepro) e oli essenziali, molto utilizzati nel processo di imbalsamazione.
Curiosità: ampiamente utilizzati in distilleria, i suoi galbuli costituiscono l’ingrediente principale per la preparazione del gin e di altri liquori. Si racconta che, durante la loro precipitosa fuga da Erode, Giuseppe, Maria e Gesù Bambino trovarono rifugio dietro ad una pianta di ginepro. Rimanendo in tema biblico, sembra che la Croce di Gesù fosse stata realizzata con il legno di questa pianta. Gli antichi Romani e altri popoli antichi attribuivano al ginepro la capacità di scacciare demoni, streghe, serpenti e altri animali selvatici. Un’altra antica pratica era quella di bruciarne il legno per disinfettare e purificare gli ambienti. I frutti del ginepro sono da sempre utilizzati in cucina per la preparazione di arrosti e cacciagione.
Le aromatiche in aiuola: origano e rosmarino
L’origano (Origanum vulgare) è una pianta erbacea perenne. Alta 30-60 cm, è diffusa in zone sassose, prati asciutti e ai margini di siepi e boscaglie. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee (o Labiate), che include specie aromatiche come salvia, timo, menta e rosmarino. Ovali-allungate e arrotondate alla base, le foglie hanno superficie liscia. Rosei, rossastri, bianco-rosati o porpora, i fiori sono riuniti in spighe. Sbocciano in giugno-settembre e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Piccoli e delicati, attraggono farfalle e numerosi insetti impollinatori. Virgilio riferisce che quando Venere, la dea dell’amore, condusse con sé Ascanio, lo fece distendere su di un letto di origano. Per questo motivo la pianta ha sempre simboleggiato la felicità ed era consuetudine incoronare le coppie novelle con le sue ghirlande. È infatti considerata capace di guarire angosce, inquietudini e dolori: regalarla equivale a rivolgere all’amico o alla persona amata questo messaggio augurale: “Le tue pene sono finite!”.
Il rosmarino prostrato (Salvia rosmarinus ‘Prostratus’) qui presente è una varietà di rosmarino con portamento strisciante o tappezzante. A differenza della forma eretta, questa varietà rimane bassa, estendendosi sul terreno o ricadendo da muretti. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee e, come il rosmarino comune, è tipico del Bacino Mediterraneo, prediligendo ambienti soleggiati e ben drenati, spesso in prossimità di scogliere o pendii rocciosi. Le foglie, strette e aghiformi (2-3 cm), sono verde scuro sulla pagina superiore e bianco-argentate su quella inferiore. Riuniti in spighe di colore azzurro chiaro o lilla, i fiori compaiono dalla primavera a tarda estate e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Questi piccoli fiori attraggono numerosi insetti impollinatori. Il rosmarino prostrato conserva le stesse proprietà benefiche della varietà eretta: è antisettico, sedativo, diuretico, corroborante e tonico, ed è utilizzato come rimedio naturale per asma, astenia, colesterolo, disturbi della memoria, ecc.
Leccio
Quercus ilex
Portamento: maestoso e imponente, può superare i 20 m di altezza, toccare i 2 m di diametro e raggiungere l’età di 1000 anni.
Foglie: dure e molto resistenti, sono sempreverdi, ovali o lanceolate (a forma di lancia). La pagina superiore è di colore verde scuro; quella inferiore è grigiastra.
Fioritura: la pianta è monoica e i fiori formano infiorescenze (raggruppamenti di più fiori disposti in modo tale da sembrare un unico fiore); sono unisessuali (possiedono gli organi riproduttivi di un solo sesso). Fiorisce in primavera-estate.
Frutti: il frutto (ghianda) è ovale ed è avvolto per 1/3 da una cupola di squame chiare. È un achenio: frutto secco con un solo seme e con parete rigida non aderente al seme (es: ranuncoli, castagna). Matura in autunno.
Utilizzo storico: nel Rinascimento era ampiamente utilizzato sia come ornamento dei giardini che per formare delle alte recinzioni. I suoi frutti hanno costituito per secoli l’alimento prediletto del maiale, tanto da dar origine al noto detto popolare, che asserisce che… “il maiale sogna la ghianda”. Insomma, si sogna sempre ciò che più si desidera…
Curiosità: può dar luogo a estensioni boschive pure (lecceta), oppure rinvenirsi nelle formazioni arbustive costiere e sub-costiere della macchia mediterranea, insieme a lentisco, mirto, sughera, corbezzolo e tante altre specie mediterranee sempreverdi. Considerato sin dai tempi antichi simbolo di prosperità, forza, lunga vita, perseveranza e dignità, in molte antiche culture il leccio fu assunto come raffigurazione delle suddette virtù.
Le aromatiche in aiuola: la lavanda
La lavanda (Lavandula angustifolia) è un arbusto perenne sempreverde. Originaria del Mediterraneo, appartiene alla famiglia delle Lamiacee (o Labiate), che include specie aromatiche come salvia, timo, menta e rosmarino. Ha portamento eretto; alta in media 50 cm, può raggiungere l’altezza di 1 m. Strette e allungate oppure appuntite, le foglie presentano colorazione verde scura tendente al grigio. Riuniti in spighe, i fiori sono azzurro-viola ed ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Un tempo usata per la cura del corpo, i suoi fiori essiccati sono oggi impiegati per proteggere armadi e cassetti dalle tarme; la lavanda è inoltre apprezzata in cosmesi e medicina naturale.
Olivo frantoio
Olea europaea 'Frantoio'
Portamento: di taglia media, è un sempreverde e può arrivare a 10 m di altezza. Si caratterizza per il portamento verticale, la chioma estesa e la ramificazione nodosa.
Foglie: robuste e resistenti, la pagina superiore è verde scura; quella inferiore è più pallida e chiara.
Fioritura: i fiori sono piccoli e bianchi. Riuniti in grappoli, sono di norma ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); ovali e di medie dimensioni, le olive sono verdi violacee a completa maturazione. Si raccolgono a novembre e sono usate per produrre olio da tavola.
Utilizzo storico: l’olivo vanta un passato molto ricco per quanto riguarda i suoi molteplici utilizzi, che spaziano in ambiti molto vari: sin dall’antichità l’olio d’oliva è sempre stato un elemento basilare per l’alimentazione, la cosmesi, l’illuminazione e i riti religiosi. In particolare, l’olio era considerato sacro e molto legato alla spiritualità; considerato simbolo di pace e valore, veniva ampiamente utilizzato in riti religiosi come l’unzione nei sacramenti cristiani.
Curiosità: questa varietà di origine toscana si è attualmente diffusa in tutta Italia. Molto robusto e resistente alla mosca olearia: se all’interno dello stesso oliveto è presente in associazione ad altre varietà, la mosca olearia preferirà sempre attaccare le altre, risparmiando l’olivo frantoio. L’olivo frantoio è autofertile: è in grado di autoimpollinarsi e produrre frutti utilizzando il proprio polline. Inoltre, è un ottimo impollinatore per altre varietà.
Olivo leccino
Olea europaea 'Leccino'
Portamento: di vigore elevato, è un sempreverde e può raggiungere notevoli altezze. Si caratterizza per il portamento pendulo, la chioma folta e ben ramificata.
Foglie: di forma ellittica, la pagina superiore è di un verde più chiaro rispetto ad altre varietà; quella inferiore è più pallida.
Fioritura: i fiori sono piccoli e bianchi. Riuniti in grappoli, sono di norma ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); di medie dimensioni, hanno forma leggermente allungata. A maturazione completa le olive assumono una colorazione nera intensa. Si raccolgono tra ottobre e novembre e sono usate sia per la produzione di olio extravergine di oliva (considerato equilibrato e armonico) che come olive da tavola.
Utilizzo storico: l’olivo vanta un passato molto ricco per quanto riguarda i suoi molteplici utilizzi, che spaziano in ambiti molto vari: sin dall’antichità l’olio d’oliva è sempre stato un elemento basilare per l’alimentazione, la cosmesi, l’illuminazione e i riti religiosi. In particolare, l’olio era ritenuto sacro e molto legato alla spiritualità; considerato simbolo di pace e valore, veniva ampiamente utilizzato in riti religiosi come l’unzione nei sacramenti cristiani.
Curiosità: questa varietà di origine toscana è tra le più diffuse in Italia e nel mondo per la sua elevata adattabilità a climi e terreni diversi. Molto resistente al freddo e a diverse avversità (come la rogna e l’occhio di pavone), è sensibile alla mosca olearia. Il Leccino è parzialmente autofertile (pianta in grado di impollinarsi da sola, ovvero auto-impollinarsi), ma la produzione migliora notevolmente con l’impollinazione incrociata; è considerato un ottimo impollinatore per molte altre varietà. Ma c’è una peculiarità che, negli ultimi anni, sta rendendo il Leccino particolarmente apprezzato e popolare: la sua straordinaria resistenza alla Xylella, pericoloso patogeno di origine batterica trasmesso alle piante da alcuni insetti vettori. Il principale vettore è la “sputacchina”, un piccolo emittero saltatore che costruisce un nido di linfa schiumosa per proteggere le uova. Questo insetto si ciba della linfa delle piante e i suoi escrementi sono costituiti in prevalenza da scarti di linfa: mescola gli escrementi liquidi all’aria, dando origine a un nido dalla caratteristica consistenza schiumosa. Ma nonostante l’aspetto di “sputo”, si tratta in effetti di escrementi emessi dagli orifizi e “montati” come la panna: e come tali, contengono numerosi agenti patogeni responsabili della trasmissione della malattia.
Olivo (varietà locale)
Olea europaea var. locale
Il giardino ospita un olivo qui impiantato diversi anni fa, che è parte di quell’intricato e affascinante mosaico di varietà locali intrecciate, così frequenti in Toscana. Non si tratta di monocolture uniformi, ma di un sistema agricolo in cui diverse cultivar convivono e si sostengono a vicenda.
Queste e molte altre varietà minori e autoctone non solo assicurano una maggiore resilienza del sistema olivicolo contro avversità climatiche e parassiti, ma sono anche le responsabili delle sfumature uniche che caratterizzano l’olio extra vergine d’oliva toscano. La loro presenza “intrecciata”, ovvero la consuetudine di piantare cultivar diverse nello stesso oliveto, è una pratica tradizionale che ottimizza l’impollinazione incrociata, garantendo una produzione più stabile e di alta qualità.
Olivo moraiolo
Olea europaea 'Moraiolo'
Portamento: di medie dimensioni, ha chioma folta, arrotondata e piuttosto raccolta, con fogliame di colore verde intenso.
Foglie: ovali, allungate e lanceolate (a forma di lancia), la pagina superiore ha colore verde scuro; quella inferiore grigio-argenteo brillante.
Fioritura: piccoli e bianchi, i fiori sono riuniti in grappoli; sono autosterili (il polline non può fecondare l’ovulo di fiori della stessa pianta, né quelli di altri individui della medesima varietà: è perciò necessaria l’impollinazione incrociata): richiedono pertanto impollinatori di altre varietà (Pendolino, Maurino, ecc.).
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); di forma sferica, piccole e simmetriche, maturano contemporaneamente e sono nero-violacee a maturità completa. Durante la raccolta oppongono resistenza al distacco.
Utilizzo storico: tipico dell’Italia Centrale, è particolarmente diffuso in Toscana, Umbria e Marche. La storia dell’olivo moraiolo è molto antica. Le prime tracce risalgono all’età romana, come attestano alcuni reperti archeologici rinvenuti in Umbria. Tuttavia, è verosimile che la coltivazione di questa varietà sia iniziata molto prima, forse addirittura in epoca etrusca. Fin dai tempi più antichi è stato sempre utilizzato a crudo per condire insalate, verdure e legumi.
Curiosità: l’olio è molto apprezzato per il tipico gusto intenso e fruttato; lievemente amarognolo e piccante, ricorda il gusto di carciofo e di mandorla. È particolarmente ricco di polifenoli, efficacissimi antiossidanti dai notevoli benefici per la salute: fra i più noti, ricordiamo la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari e la riduzione del colesterolo cattivo. Resistente alla mosca dell’olivo, tollera il freddo e vive bene in zone temperate.
Olivo pendolino
Olea europaea 'Pendolino'
Portamento: di medie dimensioni, è un sempreverde e può essere alto 10 m. Deve il nome al suo particolare portamento: i lunghi rami sono penduli e ricadenti.
Foglie: la chioma è arrotondata e piuttosto folta. Strette, lunghe e lanceolate (a forma di lancia), le foglie hanno la pagina superiore di colore verde intenso; quella inferiore è grigio-argentea.
Fioritura: piccoli, bianchi o crema, i fiori sono raggruppati in pannocchie; sono ermafroditi (lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili) e autosterili (il polline non può fecondare l’ovulo di fiori della stessa pianta, né quelli di altri individui della medesima varietà: è perciò necessaria l’impollinazione incrociata); richiedono pertanto impollinatori di altre varietà (Leccino, Frantoio, Maurino, ecc.).
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); medio-piccole, ovali e leggermente allungate. A maturazione completa sono scure tendenti al nero; raggiungono la piena maturità a fine autunno.
Utilizzo storico: varietà toscana, è probabilmente originario del comprensorio fiorentino. Pur essendo autosterile, è un eccellente produttore di polline. Per questo motivo, storicamente è sempre stato utilizzato come impollinatore per altre varietà di olivo, come ad esempio il Leccino e il Frantoio. Il suo tipico portamento ricadente lo ha reso particolarmente apprezzato come pianta ornamentale per terreni e giardini.
Curiosità: ha crescita lenta ma è molto longevo: in condizioni ottimali può raggiungere i 1000 anni. Rustico, resiste bene alla siccità e alla mosca ma è piuttosto sensibile al freddo. L’olio presenta un tipico gusto fruttato maturo; il sapore aromatico è contraddistinto da aromi di erba, mandorla e carciofo. Presenta un buon contenuto di polifenoli, antiossidanti che riducono il rischio di malattie cardiovascolari e abbassano il colesterolo cattivo.
Olmo campestre
Ulmus minor
Portamento: pianta arborea di media grandezza, raggiunge un’altezza tra i 20 e i 30 m. Molto ramificato, ha chioma piramidale o tondeggiante.
Foglie: molto caratteristiche per la notevole asimmetria della base. Alterne, ovali e affusolate, hanno margine dentato e sono caduche: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove.
Fioritura: i fiori sono di colore rosso vivo, riuniti in gruppi e sessili: non hanno un peduncolo, ma sono attaccati direttamente allo stelo principale. Sbocciano a fine inverno e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: si sviluppano in particolari strutture dette “samare” (frutti secchi, compressi e appiattiti contenenti un solo seme); di forma ovale, sono alate e lunghe in media 1,5-2 cm.
Utilizzo storico: assieme al gelso e al pioppo, è stato a lungo uno degli elementi principali di alcuni nostri paesaggi agricoli. Un tempo veniva spesso impiegato come tutore della vite: per descrivere tali associazioni vegetali si utilizza l’espressione “viti maritate”. Nel loro stadio giovanile i frutti vengono detti “pane di maggiolino” e in passato venivano consumati in frittate e insalate.
Curiosità: l’olmo campestre può ospitare i bruchi di alcune nostre specie di farfalle, tra cui la saturnia. Molto longevo, può superare i 600 anni di età. Nell’antichità si credeva che le foglie dell’olmo campestre fossero un “toccasana” contro il cattivo umore, facendolo scomparire completamente. Greci e Romani consideravano l’olmo “l’albero di Morfeo”, il figlio della notte e il dio dei sogni.
Pianta del tè
Camellia sinensis
Origine: Asia, in particolare Cina, come si evince dal nome scientifico (il nome “Camellia” fu attribuito alla pianta da Carlo Linneo in riconoscimento del contributo scientifico del gesuita George Joseph Camel; “sinensis” si riferisce invece alla sua origine cinese).
Portamento: arbusto sempreverde, ha portamento eretto e cespuglioso. Di modeste dimensioni, può raggiungere i 2-3 m di altezza ma viene spesso contenuta tramite la potatura.
Foglie: di forma ovale con apice acuto, hanno margine seghettato. Lunghe dai 4 ai 15 cm, sono larghe 2-5 cm. Ogni foglia fresca contiene mediamente una quantità di caffeina pari al 4%.
Fioritura: solitamente bianchi, gialli o bianco-rosati, i fiori sono profumatissimi. Composti da 7-8 petali, hanno un diametro di circa 4 cm. Solitamente ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: il frutto è una piccola capsula a tre cavità; ciascuna cavità contiene da uno a tre semi scuri, da cui è possibile riprodurre la pianta: si possono coltivare sia in vaso che in giardino, in terreni acidi, ricchi di sostanza organica e ben drenati.
Utilizzo storico: la pianta del tè vanta una storia estremamente ricca; molteplici e vari sono gli utilizzi di cui è stata oggetto sin dall’antichità. Originaria della Cina, la coltivazione di questa pianta prende origine proprio in questo Paese, nel III secolo a.C. In origine il tè veniva utilizzato soprattutto per le sue proprietà medicinali. Degno di nota anche il suo impiego in cucina, aggiunto a zuppe ed altre pietanze. Molto interessante il suo uso in funzione di “moneta” e merce di scambio: pressate in mattonelle, o “nidi”, le foglie erano utilizzate come valuta di scambio soprattutto dai cinesi, con cui frequentemente acquistavano i cavalli in Tibet. Giunse in Europa nel XVII secolo soprattutto ad opera di olandesi e portoghesi, diffondendosi inizialmente tra le classi più facoltose per le sue numerose proprietà benefiche.
Curiosità: secondo una nota leggenda, la pianta fu scoperta casualmente dall’Imperatore cinese Chen Nung nel 2737 a.C. Narra la leggenda che mentre l’Imperatore, seduto sotto un albero, stava facendo bollire dell’acqua per renderla potabile, si alzò all’improvviso una lieve brezza che causò la caduta delle foglie dell’albero nell’acqua bollente, conferendo a quest’ultima un leggero colore giallo e una fragranza particolarmente allettante. L’Imperatore bevve quell’acqua, trovandola squisita sia nel gusto che nelle sensazioni che infondeva al corpo. In coltivazione viene contenuta artificialmente come cespuglio per facilitare la raccolta delle foglie; al contrario, in natura si sviluppa fino alle dimensioni di un albero, raggiungendo facilmente anche i 15 metri.
Le aromatiche in aiuola: erba pepe e rosmarino
L’erba pepe, o santoreggia (Satureja hortensis), è una pianta erbacea annuale. Originaria del Mediterraneo, appartiene alla famiglia delle Lamiacee (o Labiate), che include specie aromatiche come salvia, timo, menta e rosmarino. Alta fino a 35 cm, assume spesso portamento cespuglioso. Piccole, carnose e lucide, le foglie sono di colore verde chiaro; sono ricche di oli essenziali, impiegati in erboristeria e fitoterapia. Efficace per problemi intestinali, renali e respiratori. Il nome comune (“erba pepe”) è dovuto al tipico sapore delle foglie e all’utilizzo tradizionale: simile al gusto del pepe ma più delicata, viene spesso impiegata in sostituzione della spezia omonima. Molto indicata per accompagnare piatti a base di uova, pesce, formaggi, carne e legumi. Nell’orto il suo odore forte allontana gli afidi dalle piante vicine.
Il rosmarino prostrato (Salvia rosmarinus ‘Prostratus’) qui presente è una varietà di rosmarino con portamento strisciante o tappezzante. A differenza della forma eretta, questa varietà rimane bassa, estendendosi sul terreno o ricadendo da muretti. Appartiene alla famiglia delle Lamiacee e, come il rosmarino comune, è tipico del Bacino Mediterraneo, prediligendo ambienti soleggiati e ben drenati, spesso in prossimità di scogliere o pendii rocciosi. Le foglie, strette e aghiformi (2-3 cm), sono verde scuro sulla pagina superiore e bianco-argentate su quella inferiore. Riuniti in spighe di colore azzurro chiaro o lilla, i fiori compaiono dalla primavera a tarda estate e sono ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Questi piccoli fiori attraggono numerosi insetti impollinatori. Il rosmarino prostrato conserva le stesse proprietà benefiche della varietà eretta: è antisettico, sedativo, diuretico, corroborante e tonico, ed è utilizzato come rimedio naturale per asma, astenia, colesterolo, disturbi della memoria, ecc.
Pizzutello nero
Vitis vinifera var. Pizzutello nero
Portamento: pianta arbustiva legnosa, possiede rami lunghi e flessibili. Rampicante e molto longevo, ha portamento vigoroso.
Foglie: di grandi dimensioni, hanno forma palmata, bordi dentati e sono caduche: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove. Di colore verde deciso, l’intensità cromatica varia in base all’esposizione al sole.
Fioritura: i fiori sono bianco-crema, piccoli ed ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili. Compaiono in primavera; l’impollinazione avviene soprattutto ad opera degli insetti pronubi (impollinazione entomofila).
Frutti: riuniti in grappoli, i frutti sono bacche (frutti carnosi privi di nocciolo ma contenenti generalmente più semi: non hanno nocciolo legnoso); ovali, appuntite e allungate, hanno colore bianco, giallo, nero-bluastro o rosé. Maturano tra la fine di settembre e metà ottobre.
Utilizzo storico: varietà molto antica, il pizzutello nero è citato da Plinio ed era già noto ai tempi dei Romani, dove faceva la parte del leone nei banchetti della nobiltà, come testimoniano numerosi affreschi e mosaici. La sua eleganza lo rende ideale come pianta decorativa: è infatti ampiamente utilizzato a scopo ornamentale per abbellire pergolati e verande, dove regala ombra e splendidi grappoli pendenti.
Curiosità: di incerta provenienza, con molta probabilità ha origini arabe o siriane ed è stato verosimilmente introdotto in Europa con le invasioni arabe. Il nome “pizzutello” è dovuto alla tipica forma appuntita e allungata dei chicchi, che ricordano dei piccoli “pizzuti”, o nasi appuntiti. Molto importante il suo ruolo nella tradizione popolare: un tempo si credeva che appenderne un grappolo in cucina fosse di buon auspicio per l’inverno e l’abbondanza.
Sambuco
Sambucus nigra
Portamento: considerato parte della siepe, è un arbusto o un piccolo alberello e raggiunge i 7-10 m di altezza.
Foglie: opposte e lunghe 10-30 cm, sono decidue: cadono in autunno e si rinnovano in primavera, quando vengono sostituite da foglie nuove. Di colore verde brillante, sono composte da cinque foglioline ovali e lanceolate (a forma di lancia), con margini seghettati o dentellati e apice acuminato.
Fioritura: i fiori formano infiorescenze (raggruppamenti di più fiori disposti in modo tale da sembrare un unico fiore); piccoli, bianchi o avorio, sono a forma di ombrello e grandi fino a 20 cm. Sono profumatissimi ed ermafroditi: lo stesso fiore possiede sia gli organi riproduttivi maschili che quelli femminili.
Frutti: i frutti sono drupe (frutti caratterizzati da polpa carnosa, buccia sottile e nocciolo legnoso contenente un solo seme osseo); di forma sferica, sono dapprima verdi e maturando diventano nero-violacee. Sono apprezzate da molti uccelli (tra cui la capinera), che propagano la pianta diffondendone i semi.
Utilizzo storico: anticamente era considerato una pianta magica e protettiva, spesso associata a divinità e spiriti benevoli. Per questo motivo, era molto diffusa l’abitudine di piantarlo vicino alle case al fine di allontanare malattie e spiriti maligni. Nella tradizione popolare il sambuco era ampiamente utilizzato per amuleti, profezie e riti, come ad esempio proteggere il bestiame o scoprire il sesso dei nascituri.
Curiosità: il nome Sambuco deriva dal greco sambuke, antico strumento musicale a corda costruito nell’antica Grecia con il legno della pianta. Nel medioevo il termine “sambuca” indicava numerosi strumenti a fiato. In passato i bambini ne usavano il fusto per creare fischietti e cerbottane. La sua simbologia è una medaglia a due facce: la tradizione cristiana lo associava ai riti funebri e lo utilizzava come conforto per il trapasso nell’aldilà; per quella greco-romana era un efficace protettore di case, cortili e animali domestici.