Storia del complesso
La prima menzione della chiesa di Sant’Angelo a Metelliano si ha in un documento del 1014 emanato dall’Imperatore Enrico II: l’edificio viene citato tra i possessi dell’Abbazia di Farneta.
L’aspetto attuale della chiesa risente dei numerosi interventi di restauro e rifacimento effettuati nel tempo. La sua costruzione, nella forma che conosciamo oggi, risale alla prima metà dell’XI secolo, e si deve probabilmente all’architetto aretino Maginardo, il quale realizzò un edificio in stile romanico-bizantino mantenendo diversi elementi del precedente impianto. Al momento della costruzione, infatti, doveva essere già presente un edificio sacro: una chiesa longobarda di VII-VIII secolo d.C., costruita a sua volta su un tempio pagano, forse dedicato a Bacco Succhio; è probabile inoltre che tra queste due fasi antiche (tempio e chiesa longobarda) si collochi una primitiva chiesa di fine IV-inizio V secolo, rispondente ad una fase paleocristiana di culto ariano. Ad ogni modo, a testimonianza di queste preesistenze altomedievali vengono i frammenti scultorei rinvenuti nel 1960 sotto il pavimento della chiesa, ed esposti all’ingresso, come anche le lunette che decorano all’esterno le porte laterali dell’edificio, oggi tamponate.
Alla fase longobarda dobbiamo l’intitolazione a san Michele Arcangelo del complesso: nella cultura di questo popolo germanico penetrato in Italia nel VI secolo d.C., infatti, il culto micaelico ebbe un particolare sviluppo, segnandone il processo di conversione al Cattolicesimo.
Approfondimenti
Jean Baptiste Roynel (1709-1774)
Mattia Moneti (Cortona 1687 - Sant’Angelo 1758)
Ordinato sacerdote nel 1711, nel 1735 il Moneti divenne parroco di sant’Angelo a Metelliano, dove nel 1758 morì e dove una lapide ne ricorda ancora le qualità di religioso e di botanico.
Di lui tuttavia non si saprebbe forse molto di più, se presso la biblioteca del Comune e dell’Accademia etrusca di Cortona non fosse rimasto il suo Erbario, ovvero i tre volumi manoscritti con le immagini delle erbe spontanee da lui dipinte e ordinate.
Pare che nel Moneti la passione per la botanica fosse nata dalla ricerca di un’erba che il medico gli aveva prescritto per curare una sua malattia. Di fatto nel secolo dell’Illuminismo il “prete botanofilo” non dimenticava di indicare tra i fini della propria ricerca l’utilità pubblica, presentando il suo Erbario come uno strumento scientifico che avrebbe consentito di debellare l’ignoranza e smascherare gli impostori che offrivano rimedi a pagamento.






